
L’anno che lo sentivo arrivare
1965
Lo so, lo sentivo.
Sarebbe stato un anno incredibile.
Fin da allora avevo questa cosa: percepivo le vibrazioni prima degli altri. A pelle.
Un po’ come Giovanna d’Arco con le sue voci, solo che le mie parlavano di musica.
— Hai letto l’ultimo numero di Big?
— A me lo chiedi? Secondo te perché mi chiamano Bigolo?
Fare una domanda del genere a lui era superfluo. Era un assiduo lettore della nuova rivista per giovani.
— C’è scritto che forse i Beatles vengono in Italia.
— Sì ok, ma a suonare o in visita al Papa?
— Credo a suonare.
— Meno male.
King aveva già fatto tremare l’America con il suo “I Have a Dream”.
Il mondo stava cambiando sul serio, non solo nei dischi.
Il 4 aprile 1968 verrà assassinato a Memphis, da James Earl Ray.
Il 15 agosto 1965, The Beatles suonano allo Shea Stadium di New York.
Cinquantacinquemila spettatori.
Un frastuono talmente forte che non sentivano nemmeno quello che stavano suonando.
Una volta John smise di suonare e nessuno se ne accorse.
Trecentomila dollari di incasso.
Metà ai Fab Four, il resto gestito da Brian Epstein e da chi intorno a loro sapeva fare bene i conti.
Ma qualcosa stava cambiando.
Forse i concerti non sarebbero più bastati.
Meno palco.
Più studio.
Nuove sonorità. Nuove idee.
Il mondo urlava.
Loro cominciavano a cercare il silenzio per inventare qualcosa di diverso.
E noi, da questa parte dell’oceano, aspettavamo.
Non sapevamo ancora bene cosa.
Ma lo aspettavamo.
Probabilmente gli anni che verranno non saranno tutti rose e fiori. Me lo sento.
Benzina a 120 lire e sogni a pedali
Lo stipendio di un operaio era di circa 86.000 lire al mese.
Un giornale costava 50 lire.
Il biglietto del tram 50 lire.
Una Fiat 600 costava 640.000 lire.
Un paio di scarpe 6.000 lire.
Un litro di benzina 120 lire.
Centoventi lire al litro?
Ci sembrava già tantissimo.
Chissà dove andremo a finire, dicevamo.
Non avevamo ancora capito niente.
A quei tempi o eri vespista o eri lambrettista.
Oppure non ti interessavano i motori, e allora eri fuori dal discorso.
Per guidare qualsiasi cosa che non fosse una bicicletta dovevi avere sedici anni, fare il patentino e poi potevi tirartela con un bel 125.
Io abitavo vicino alla fabbrica della Innocenti, dove passava il Lambro.
Era uno spettacolo vedere i camion uscire carichi di Lambrette:
bianche e azzurre, bianche e rosse, solo bianche.
Fiammanti. Bellissime.
Peccato non poterne avere una.
Lo confesso: io preferivo la Lambretta alla Vespa.
Mi sembrava più aerodinamica, più moderna.
Anche se magari qualcuno, molti anni dopo, potrà cantare:
“Dammi una Vespa e ti porto in vacanza…”
Noi, nel frattempo, la vacanza ce la facevamo con la Legnano gialla, ruote da 28, manubrio sport, campanello sempre pronto e freni tirati al massimo per fare le derapate sulla ghiaia del cortile.
I copertoni duravano poco.
Fino a qualche anno prima infilavamo una cartolina tra i raggi con una molletta.
Sfregava e faceva rumore.
Per noi era un motorino.
E andava benissimo così.
Le lezioni a scuola erano una palla incredibile.
Per tutti.
Per me ancora di più.
Troppe materie.
Troppe ore seduti.
Troppi professori convinti di salvarti la vita spiegandoti formule che non avresti mai usato.
Troppo di tutto.
Così facevamo troppe assenze.
Tanto poi ad aprile e maggio si recupera, dicevamo.
Ottimismo adolescenziale.
A Milano, quando stai benissimo ma non vai a scuola, si dice bigiare.
In altre città cambia il verbo: marinare, fare sega, inventarsi l’influenza creativa.
I ritrovi dei bigioni erano sempre gli stessi:
piscine coperte, la Rinascente, bar del centro d’inverno.
In primavera panchine nei giardini pubblici e parchi.
Nei bar dei bigioni, appena entravi, ti investiva una nube fissa di fumo.
Se avevi soldi ti compravi cinque Nazionali con filtro e te le fumavi tutte in una mattina.
Argomenti di discussione?
Qualunque cosa.
Tranne scolastici.
Il Piper e la nuova musica italiana
— Hai sentito che a Roma hanno aperto un locale fantastico dove suonano della musica incredibile?
— Sì, si chiama Piper.
— Ho letto che in questi giorni suona un gruppo che si chiama Gli Amici.
Roma, ancora una volta, arrivava prima.
Il Piper Club non era una balera.
Non era un dancing con orchestra in giacca bianca.
Era un’altra cosa.
Luci diverse.
Suoni più forti.
Ragazzi che non stavano seduti composti ma ballavano come se il pavimento fosse elettrico.
La bassista e cantante de Gli Amici era Caterina Caselli, modenese, classe 1946.
Durante una serata al Piper viene notata dalla CGD.
Cantagiro.
“Sono qui con voi” ("Baby please don't go").
I Vergottini, parrucchieri milanesi, inventarono per lei il famoso "casco d'oro"
Parteciperà poi a Sanremo nel ’66 con Gene Pitney : “Nessuno mi può giudicare”.
E' l'inizio di una grandissima e meritata popolarità. Brava Caterina.
Ma il vero boom del Piper si ha quando il suo creatore Alberico Crocetta, nota una ragazza che non riesce a stare ferma.
Nicoletta Strambelli.
Scatenata nel ballo.
Presenza magnetica.
Diventerà Patty Pravo.
La Ragazza del Piper incide subito "Ragazzo triste" e "Bambola".
Sono subito successi strepitosi.
Il Piper diventerà un punto di riferimento per tutto il popolo del divertimento notturno.
Era finita l’epoca delle balere con la “serata danzante”.
Era ora.
— Chissà quando potremo avere anche qui a Milano un locale così.
— Certo che sti romani c’hanno un culo…
— Alla domenica invece di andare al cinema a spaccarci le palle potremmo andare a ballare lo shake.
Il Piper a Milano arriverà nel 1966 per merito di Leo Wachter
Ma nel ’65 era ancora un’eco lontana.
Una promessa.
E Leo, nel frattempo, non stava fermo.
Stava preparando un’altra cosa.
Una cosa eccezionale.
Stava portando in Italia i Beatles.
23 giugno 1965 – Finalmente
— Ho l’insufficienza in tre materie. Devo recuperare.
— Sì, anch’io. Così i miei mi daranno il permesso e i soldi per andare a vederli al Vigorelli
— Sai che faranno due concerti? Al pomeriggio e alla sera.
Chimica non riuscirò a recuperarla. Rimandato a settembre.
Porca puttana che sfiga.
Dopotutto, che cazzo me ne frega di sapere che per fare il solfato di alluminio ci vogliono ventiquattro molecole d’acqua e sali doppi?
La notte del 22 giugno ero agitato come un tacchino americano nel giorno del Ringraziamento.
Domani arrivano.
E io voglio andare in Centrale a vederli scendere dal treno.
Il 23 giugno 1965, The Beatles arrivano in Italia in treno per la prima e unica volta.
Prima tappa: Milano.
Alla Stazione Centrale ci sono più di tremila persone.
Un caos totale.
Deviano il treno su un altro binario.
Li caricano su quattro spider rosse e li portano all’Hotel Duomo.
Fuori l’albergo è assediato dai fan.
Più tardi organizzano una conferenza stampa nel salone dell’hotel.
Brian Epstein, prudente, fa filtrare tutto.
Le domande passano da Wachter, vengono tradotte, ritradotte, controllate.
Il Corriere della Sera li definisce “i quattro cavalieri dell’urlo, menestrelli miliardari e scaltri”.
Che diagnosi.
Che mente.
Il servizio d’ordine al Velodromo Vigorelli è assicurato da mille poliziotti.
Prezzi:
1000 lire tribuna.
750 con riduzione della rivista Ciao Amici.
2000 per il prato.
I primi a salire sul palco sono i New Dada. Poi Peppino di Capri.
Nel pomeriggio diecimila spettatori.
La sera ventiseimila.
Attaccano con Twist and Shout.
Poi She’s a Woman.
Piango.
Ho i brividi sulla pelle.
E non mi passeranno più per tutta la vita.
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