
È il preludio di un triennio complicato.
Troppe prese in giro, da destra e da sinistra.
Ma questo lo capirò molto dopo.
Gli americani chiedono una sospensione del conflitto in Vietnam per festeggiare il Natale.
Non ho mai capito queste pause di guerra.
Sembra quasi un lavoro d’ufficio: si timbra, si combatte, poi pausa caffè.
È come se due che si stanno prendendo a pugni decidessero di fermarsi un attimo per un espresso caldo, per poi riprendere a cartellarsi la faccia.
I Vietcong, comunque, sotto l’albero non hanno festeggiato.
Si sono riorganizzati.
Gli americani ormai si sono sostituiti del tutto ai sudvietnamiti.
In due giorni centinaia di missioni di bombardieri e B-52.
Ma non basta a piegare un popolo piccolo e incazzato.
Negli Stati Uniti rientrano le prime bare.
E i ragazzi sulle sedie a rotelle che gettano via le medaglie diventano il simbolo di una guerra che doveva durare poche settimane.
Finirà nel 1975.
Nel mezzo, Napalm, villaggi distrutti, migliaia di morti.
Qui in Italia, e in tante altre parti, noi giovani scendiamo in piazza in difesa del popolo vietnamita.
Anni dopo scopriremo che i vincitori rossi non saranno così diversi dai nemici che avevano combattuto.
E intanto, nella Cina maoista, si consumano epurazioni e stermini.
E noi, ignari, prendevamo manganellate gridando slogan che non conoscevamo davvero.
Ci hanno preso in giro?
Sì.
Ma il mondo non brucia lì.
Il 5 giugno, con un attacco a sorpresa, le truppe israeliane guidate da Moshe Dayan distruggono a terra le forze aeree egiziane, siriane e giordane.
In pochi giorni penetrano nel Sinai, raggiungono il canale di Suez, occupano la Cisgiordania e il Golan.
È la Guerra dei Sei Giorni.
Sei giorni.
E cambia l’equilibrio di un’intera regione.
Israele esce vincitore e amplia enormemente il territorio sotto il proprio controllo.
Centinaia di migliaia di palestinesi fuggono verso Giordania e Libano.
È accaduto tutto in meno di una settimana.
E a distanza di decenni la questione è ancora lì, irrisolta.
Forse l’inizio di un conflitto che non finirà mai.
Sulle guerre puoi scrivere mille pagine, oppure limitarti a dire che chi le decide probabilmente ha troppa frustrazione e troppo potere.
Una combinazione pericolosa.
1967
Ideali e propaganda
Monterey e le chitarre in fiamme
Se proprio di cannoni si doveva parlare, meglio quelli riempiti d’erba che quelli caricati a Napalm.
Al primo grande raduno pop-rock non dovevi spiegare a nessuno che Sex & Music erano meglio delle cannonate.
Lo avevano già capito tutti.
A Monterey sembrava che il mondo potesse cambiare davvero.
Ragazze con i fiori tra i capelli, ragazzi con tuniche indiane e sacche di stoffa.
Seni nudi, piedi scalzi, sorrisi larghi.
Gente così, francamente, non sembrava avere nessuna voglia di farsi mutilare le gambe in Vietnam.
Sul palco ci sono The Who e Jimi Hendrix.
Gli Who finiscono i concerti sfasciando chitarre e amplificatori.
Parte del cachet lo reinvestivano in strumenti nuovi.
Hendrix non è da meno.
A Monterey brucia la sua Fender come fosse un sacrificio rituale.
Non era solo scena. Era un modo per dire che la musica non si suona: si vive.
E suonavano maledettamente bene tutti.
A Milano, qualche mese dopo, arriva Jimi.
Al Piper il concerto del pomeriggio viene rimandato: strumenti sequestrati a Linate.
Non ricordo neppure il motivo.
So solo che abbiamo dovuto aspettare la sera dopo.
Ne è valsa la pena.
The Jimi Hendrix Experience – Mitch Mitchell alla batteria, Noel Redding al basso – suonavano con la naturalezza dei fenomeni.
Jimi chiedeva alla sua Stratocaster bianca cose mai sentite prima.
“Hey Joe” diventava un viaggio.
Dopo Monterey, per molti musicisti non sarebbe stato più possibile tornare indietro.
E poi c’erano i Beatles.
Nel ’67 pubblicano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Con Strawberry Fields Forever e Penny Lane capisci che il pop può diventare arte senza perdere leggerezza.
Il 27 agosto muore Brian Epstein.
Aveva solo 32 anni.
Manager, mentore, regista invisibile del loro successo.
Omosessuale, profondamente legato a John Lennon, forse anche innamorato di lui.
Una figura fondamentale, spesso più fragile di quanto apparisse.
Con lui se ne va una parte dell’equilibrio dei Beatles.
Un bacio, grande e dolce Eppy.
In Italia i I Giganti cantano:
“Proposta: Mettete dei fiori nei vostri cannoni.”
Vuoi vedere che se insieme ai fiori ci metti un po’ di erba è meglio?
E a proposito di erba…
– Ci facciamo una canna?
– Io non ho mai provato.
– Neanche io.
– E allora?
– Allora sei un pirla.
– Perché?
– Non abbiamo l’erba, non abbiamo le cartine, non sappiamo come si fa. Vedi tu.
Eravamo pronti alla rivoluzione, ma non avevamo neanche l’occorrente.
Convinti che bastasse cantarlo, per cambiare il mondo.
Non è andata così.
Venditore di sogni porta a porta
Nella nostra Italietta di provincia, fatta di piccoli burocrati brutti e pallidi, si scopre che il 14 luglio di tre anni prima c’era stato forse un tentativo di colpo di Stato.
Il generale Giovanni De Lorenzo finisce al centro del caso delle schedature dei servizi segreti.
Esplode lo scandalo.
Il ministro della Difesa, Giulio Andreotti, smentisce.
Io penso che tutti abbiano scheletri nell’armadio.
Di Andreotti non si trova neppure l’armadio.
In Parlamento si discute del divorzio.
Papa Paolo VI condanna quella che definisce “una egoistica visione della società, opulenta e arida che si sta insinuando dentro l’unità della famiglia”.
Arida forse.
Opulenta, per me, no di certo.
Per guadagnare qualche soldino al pomeriggio andavo a vendere enciclopedie, bussando alle porte di Milano e hinterland.
– Buongiorno, sono del centro studi e interviste.
– Vaffanculo.
– Scusi, in che senso?
– Nel senso che ho già tutto, non mi occorre niente.
– Ma io non vendo nulla, volevo solo farle un’intervista.
– Intervista per cosa?
– Per sapere cosa ne pensa dei programmi televisivi.
Era una piccola bugia ben studiata.
Davanti alla possibilità di sfogarsi contro la televisione, ti aprivano la porta.
E una volta dentro, le piazzavo.
Ho impestato mezza Milano di “Conoscere”, “Tu Donna” e “La Bibbia”, tutte della F.lli Fabbri Editori.
Le provvigioni e le serate a suonare in qualche locale mi permettevano di avere qualche lira da spendere subito.
Subito guadagnata, subito spesa.
Intanto gli studi li stavo lasciando andare.
“Tanto poi recupero.”
Frase pericolosa.
Tra rivoluzioni e battiti
E mentre io bussavo alle porte di Milano per vendere enciclopedie, il mondo continuava a battere forte.
Nasce, quasi sottovoce, il sodalizio tra Lucio Battisti e Mogol.
L’Equipe 84 vola in classifica con 29 settembre.
“Seduto in quel caffè io non pensavo a te
Guardavo il mondo che girava intorno a me…”
Non è la solita canzone d’amore.
È un racconto dentro una canzone.
Per sentire Lucio cantare davvero bisognerà aspettare l’anno prossimo.
Ma la miccia è accesa.
Il 9 ottobre, in Bolivia, muore Ernesto Che Guevara.
Rivoluzionario per fede e professione.
“Creare due, tre, molti Vietnam.”
Diventa un’icona prima ancora di diventare storia.
Stampato sui muri, sulle bandiere, sulle magliette.
Il suo corpo sarà ritrovato solo molti anni dopo.
In Italia intanto gira forte Dio è morto dei Nomadi.
“Ho visto
la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente…”
È il ritratto di una generazione che non si riconosce più nel mondo che ha ereditato.
Ma nel finale c’è una promessa:
“Perché noi tutti ormai sappiamo
che se Dio muore è per tre giorni
e poi risorge.”
Non tutti però risorgono.
Il 3 dicembre, a Città del Capo, Christiaan Barnard esegue il primo trapianto di cuore della storia.
Un uomo riceve il cuore di un altro uomo.
Il mondo conta i giorni.
Saranno diciotto.
Poi il rigetto immunitario vince.
Il 2 gennaio 1968 un altro tentativo.
Altro cuore.
Il cuore matto di Little Tony, almeno per ora, continua a battere.
Il 1967 finisce così.
Tra rivoluzioni gridate, canzoni sussurrate e cuori che si fermano o ripartono.
Un anno che pulsa.
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