Il ’68 tra slogan e Ray-Ban

Tutti mi dicono:
«Quando parlerai del ’68, chissà quante cose avrai da raccontare.»

Cose da raccontare ce ne sarebbero eccome.
Occupazioni, scontri, lacrimogeni, manganelli e botte da orbi.
Potremmo spaccarci la testa con la cronaca dettagliata, ma non è quello che mi interessa.

La rivolta probabilmente doveva esserci.
La scuola era un museo polveroso: professori baroni mai aggiornati, nozionismo a palate, voti come sentenze definitive.
Chissà se cambierà davvero negli anni.

Da dove sia partita non è chiarissimo. Forse dai campus americani, mentre ragazzi poco più che ventenni venivano spediti in Vietnam.
Fatto sta che il fuoco si propagò ovunque.

Non erano tutti uguali.
C’era chi ci credeva davvero.
E c’era chi, finite le manifestazioni, tornava nella villetta al mare con i Ray-Ban sul naso, la MG nuova fiammante e il libretto di Mao nel cruscotto.

Qualcuno lo disse già allora: figli della buona borghesia che presto avrebbero messo a riposo la fiamma rivoluzionaria per andare a dirigere l’azienda di famiglia.

Altri invece, quelli che nel cambiamento ci credevano fino in fondo, negli anni Settanta li troveremo nascosti, nelle file rosse e nere del terrorismo armato.

I nostri politici non avevano capito un accidente di quello che stava succedendo.
Quando l’hanno capito, hanno capito soprattutto come usarlo a loro vantaggio.

Il ’68 studentesco italiano finisce simbolicamente il 31 dicembre, davanti alla Bussola di Viareggio, con il primo morto negli scontri tra studenti e polizia.
I morti, negli anni successivi, saranno troppi.

Ma quella è un’altra storia.


1968

La musica mentre il mondo urla

Mentre fuori si corre, si occupano università, si respira lacrimogeno e si gridano slogan fino a perdere la voce, la musica continua a fare quello che ha sempre fatto: entrare sotto pelle.

Nel dicembre del ’67 se ne va Otis Redding.
Aveva inciso da poco (Sittin’ On) The Dock of the Bay).

Quella canzone sembra sospesa.
Non è rabbia, non è protesta. È attesa.
E forse proprio per questo resta.

Otis era passione pura.
Aveva preso il fuoco da Little Richard e lo aveva trasformato in anima.
“Respect” era sua, sì.
Ma quando Aretha Franklin la incide, diventa definitiva.
Ci sono canzoni che trovano la loro voce e da lì non si muovono più.

E poi le regine.
Aretha.
Diana Ross.
E Anna Mae Bullock, che il mondo conosce come Tina Turner.

Tina non cantava soltanto.
Combatteva.
Quando si è liberata da una vita che la prendeva a schiaffi, è diventata una forza animale sul palco.
Chi l’ha vista dal vivo sa che non era un concerto: era un terremoto con i tacchi.

Intanto in Inghilterra qualcosa cambia.

Il 12 marzo Paul McCartney sposa Linda.
Il 7 aprile John Lennon sposa Yoko Ono.

Due donne, due equilibri nuovi.
Forse una crepa comincia lì, o forse era già scritta.

I The Beatles pubblicano Hey Jude, Lady Madonna e il White Album.
Qualcuno parla di fine imminente.
Intanto loro scrivono pezzi che dureranno molto più delle polemiche.

In Italia intanto si fa largo Lucio Battisti.

Partecipa al Cantagiro con Balla Linda e per qualcuno è solo un altro ragazzo con la chitarra.
Per altri è subito qualcosa di diverso.

In un anno in cui tutto deve avere un colore politico, anche una canzone d’amore diventa sospetta.
Lo accusano di essere di qua o di là.
Come se una melodia dovesse chiedere il permesso a una sezione di partito.

Ma poi arrivano le canzoni.
E lì le chiacchiere finiscono.

“Dieci ragazze per me
posson bastare…”

“Mi ritorni in mente
bella come sei…”

E ancora:

“Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare…”

Queste non sono bandiere.
Sono fotografie.

E l’anno dopo, nel ’69, andrà a Sanremo con Un’avventura.
Arriverà quasi in fondo alla classifica.
Segno che le giurie, a volte, hanno orecchie ma non sentono.

Nello stesso anno vincerà il Festivalbar con Acqua azzurra, acqua chiara.
Inciderà Dieci ragazze.
E soprattutto Mi ritorni in mente.

Non male per uno che qualcuno considerava solo un ragazzo con la chitarra.

Con l’amico Mogol scriverà pagine che resteranno molto più a lungo delle polemiche.

Grazie di tutto, Lucio.

Adriano Celentano canta Azzurro.
Sui pullman si canta a squarciagola.
Poi la senti dalla voce del suo autore, Paolo Conte, e cambia tutto: meno cartolina, più malinconia, più ironia sottile.

La musica nel ’68 non chiede da che parte stai.
Non divide in rossi e neri.
Ti prende e basta.

E mentre il mondo si martella la schiena con le spranghe,
una canzone riesce ancora a farti chiudere gli occhi.

Finalmente arriva luglio.
E finalmente compio diciotto anni.

Mio padre, uomo di poche parole e pochi fronzoli, mi regala una stecca di sigarette.
Niente discorsi solenni.
Niente “adesso sei un uomo”.

Una stecca.

Tradotto: adesso puoi fumare in casa, senza nasconderti.

Io ero contento.
Non tanto per il fumo, ma per il permesso.
Da quel giorno il portinaio avrebbe finito di fregarmi le sigarette che nascondevo prima di salire le scale.

Il 2 luglio il compleanno.
Il 3 luglio il foglio rosa.

Era ora.
Così avrei smesso di buttarmi sotto il sedile ogni volta che vedevo un vigile mentre guidavo, abusivo e felice, la Simca 1000 truccata del batterista.
Nella mia testa faceva i 200 all’ora.
Nella realtà, forse, arrivava a 110 in discesa.

La scuola?
Ancora un anno, forse l’ultimo.
Piuttosto che continuare a studiare per inerzia, mi faccio tagliare un orecchio.
In un’aula mi sento in gabbia.
Non fa per me.

Qualche mese prima avevo dovuto restituire la Gibson.

«Me la devi ridare.»
«Cosa?»
«La mia Gibson.»

L’avevo trattata come si tratta qualcosa che ti salva le giornate.
Curata, suonata, fatta respirare.
Qualche soldo me l’aveva fatto guadagnare, ma non abbastanza per comprarne una nuova.

La riportai indietro.
E capii cosa vuol dire separarsi.

Ripiegai su una Fender usata, ma tenuta bene.
Un’altra bambina da coccolare.
Non sarà stata la prima scelta, ma suonava.

E mentre fuori rossi e neri si menavano con le spranghe,
i rossoneri facevano il loro mestiere.

AC Milan vince il nono scudetto.

Campionato da record:
46 punti, 18 vittorie, 10 pareggi, 2 sole sconfitte.
Miglior attacco: 53 gol.

Formazione titolare:
Cudicini, Anquilletti, Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Trapattoni, Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, Prati.

Oltre allo scudetto, arriva anche la Coppa delle Coppe.
Una stagione che definire fantastica è poco.

E sì, sono milanista.
E allora?

A diciotto anni pensi che la parte difficile sia arrivare alla maggiore età.
Non è così.

I vantaggi durano poco.
Le responsabilità arrivano in fretta.
E più passa il tempo, più si fanno pesanti.

Il 1969 è alle porte.
E sta finendo un decennio che allora mi sembrava infinito.

Senza dubbio il più bello.

Ma questo lo capirò molto dopo.

I diciotto anni (e lo scudetto)

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